Nel quartiere di Bagnoli, a Napoli, il terremoto tra l'8 ed il 9 aprile 2026, ha prodotto un picco di accelerazione del suolo pari a circa 280 cm/sec2. Valori di questo tipo, nelle mappe di scuotimento dell’Ingv (Istituto Nazionale di geofisica e Vulcanologia), sono associati a un’intensità molto forte-severa e a un danneggiamento atteso da moderato a rilevante. Eppure, come già accaduto per eventi recenti di magnitudo simile ai Campi Flegrei, non si registrano danni significativi agli edifici. Resta però la percezione, netta e diffusa, di uno scuotimento intenso, avvertito chiaramente dalla popolazione nel silenzio della notte. Per comprendere questa apparente contraddizione bisogna partire dalla natura stessa dei Campi Flegrei, una vasta caldera vulcanica formatasi decine di migliaia di anni fa con eruzioni di enorme energia, come quelle del tufo giallo napoletano e del tufo grigio. Negli ultimi 15mila anni si contano oltre 70 eruzioni, l’ultima delle quali diede origine al Monte Nuovo nel 1538. Oggi i vulcanologi non escludono future eruzioni di dimensione moderata: eventi che, in un’area densamente urbanizzata come quella flegrea, potrebbero comunque avere conseguenze rilevanti. Ma il fenomeno che più caratterizza questa fase storica è il bradisismo: il lento sollevamento e abbassamento del suolo con oscillazioni secolari. Episodi significativi si sono verificati negli anni ’50 del secolo scorso, tra il 1970 e il 1972 e, soprattutto, tra il 1982 e il 1984, con livelli di sollevamento cumulato alla città di Pozzuoli che hanno superato il metro e sessanta in ciascuno degli ultimi due episodi. Dopo un lungo periodo di relativa quiete, conseguente ad un periodo di abbassamento, il suolo ha ripreso a sollevarsi dal 2012, con un’accelerazione evidente a partire dal 2018, raggiungendo anche punte di velocità di 3 cm/mese. Questo movimento verticale è accompagnato da sciami sismici, emissioni di gas e variazioni nelle condizioni del sistema idrotermale: segnali di un vulcano attivo, e complesso, che va interpretato come un sistema naturale multi-rischio. Anche in assenza di segnali precursori di un’imminente eruzione, opportune strategie per la mitigazione dei rischi legati agli effetti su edifici, infrastrutture e popolazione del sollevamento del suolo, dei terremoti e delle emissioni dei gas, devono essere messe in atto per consentire agli abitanti dell’area di vivere in sicurezza.
Oggi l’ipotesi scientifica più accreditata attribuisce il bradisismo di quest’ultima crisi non tanto alla risalita diretta di magma (dalla profondità di circa 8km localizzata dalla tomografia sismica negli esperimenti del 2001), quanto alla pressurizzazione di fluidi caldi in profondità. Questi fluidi si accumulano in un volume di roccia-serbatoio situato sotto la caldera, a circa 2-3km di profondità, con dimensioni e geometria comparabili all’area di sollevamento. Le variazioni di pressione all’interno di questo “serbatoio” vengono trasmesse verso la superficie e amplificate dalle proprietà elastiche delle rocce di copertura sovrastanti, producendo deformazioni della superficie terrestre che si sviluppano su lunghi periodi tempo mesi o anni. I terremoti sono una conseguenza diretta di questo processo. Il sollevamento induce l’accumulo di tensione nelle rocce superficiali, costituite in gran parte da materiali vulcanici poco resistenti e facilmente fratturabili. Studi recenti hanno mostrato che questa tensione si scarica lungo fratture preesistenti, spesso associate a faglie antiche che delimitano l’area risorgente della caldera. La sismicità può manifestarsi in modo caotico, soprattutto nelle zone di risalita dei fluidi come al di sotto del cratere della Solfatara, oppure organizzarsi in allineamenti che delineano una struttura quasi ellittica, che delimita l’area di massima deformazione.
Un aspetto cruciale riguarda la magnitudo dei terremoti. Le stime ottenute dallo studio dei terremoti della crisi attuale, indicano un valore massimo intorno a 5, sulla base di modelli statistici, leggi fisiche e dati geologici di fagliazioni superficiali. Inoltre, analisi di dettaglio dei processi di frattura dei terremoti flegrei mostrano che una parte significativa dell’energia liberata non si trasforma in onde sismiche, ma viene dissipata sotto forma di calore e danneggiamento diffuso delle rocce. Questo meccanismo agisce come una sorta di “freno naturale”, limitando la crescita delle fratture e quindi la magnitudo degli eventi. Ciò non significa che il rischio sia trascurabile. Anche terremoti moderati possono generare accelerazioni elevate, come quella registrata a Bagnoli, e mettere in difficoltà edifici vulnerabili. Tuttavia, la breve durata dello scuotimento – inferiore a un quarto di secondo nel caso di questa notte – implica un trasferimento di energia limitato alle strutture, specialmente a quelle con periodi di oscillazione più lunghi. È questa combinazione di alta intensità ma brevissima durata a spiegare perché eventi percepiti come forti producano spesso pochi danni.
Negli ultimi mesi, la velocità di sollevamento del suolo ha mostrato una diminuzione, accompagnata da una riduzione della sismicità in numero e magnitudo. Il terremoto della notte tra lunedì e martedì si inserisce in questo contesto come un evento relativamente energetico, ma non eccezionale rispetto ai terremoti più forti registrati negli ultimi anni, con magnitudo superiore a 4. La relazione tra velocità di sollevamento e sismicità resta complessa e non lineare: periodi di maggiore deformazione tendono a favorire eventi più intensi, ma non esiste una correlazione semplice o deterministica. In questo scenario, la vera sfida è convivere con il vulcano e con le sue inquietudini. I Campi Flegrei non rappresentano un rischio solo in caso di eruzione, ma anche attraverso deformazioni del suolo, emissioni di gas e terremoti. Per questo è necessario un approccio integrato alla gestione del rischio, che includa monitoraggio continuo, pianificazione territoriale e interventi su edifici ed infrastrutture, accompagnati da una continua azione di informazione e comunicazione alla popolazione sui rischi e le azioni messe in atto per la loro mitigazione.
La prima difesa resta infatti la qualità delle costruzioni. In Italia esiste una normativa antisismica avanzata, ma gran parte del patrimonio edilizio è stato realizzato prima della sua introduzione o aggiornamento. Il percorso avviato con il decreto “Campi Flegrei” del 2023 – che prevede la mappatura delle aree più esposte e la valutazione della vulnerabilità degli edifici – rappresenta un passo fondamentale ma iniziale. Dopo aver identificato le criticità è necessario intervenire con opere di miglioramento o adeguamento sismico: questa è la strada più efficace per ridurre il rischio e rassicurare la popolazione. Comprendere i Campi Flegrei significa accettare la loro natura dinamica. Non si tratta di eliminare il rischio, ma di conoscerlo, monitorarlo e gestirlo con strumenti scientifici e politiche adeguate. Solo così il “gigante inquieto” su cui poggia una parte di Napoli potrà continuare a essere osservato senza trasformarsi in una minaccia incontrollabile.
Aldo Zollo
Professore di Sismologia
Università di Napoli Federico II
